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[6.07 MiB] Bibbia traduzione letterale: Ecclesiaste books by Fabrizio Bartolomucci

Bibbia traduzione letterale: Ecclesiaste
Title:Bibbia traduzione letterale: Ecclesiaste
Format Type:eBook PDF / e-Pub
Author:
Date release:
Size:6.07 MiB
Category:Bibbie, Libri, Religione e spiritualità
Caso quasi unico nella letteratura mondiale, la Bibbia non è mai riuscita a separare la fase della traduzione da quella dell’interpretazione. Probabilmente per l’ambiguità e per la mutabilità del contenuto, da sempre i traduttori hanno provveduto a inserire la loro interpretazione del testo spacciandola per autentica, non disturbandosi di riportare le proprie scelte interpretative, ma piuttosto aggiungendo note che allontanano ancora di più il significato dal testo originale: è caratteristica in ambito cristiano l’iniezione di contenuti del nuovo testamento o addirittura di speculazione teologiche successive come lo spirito santo o le profezie. In questa opera, seguendo le indicazioni di Mauro Biglino, provvediamo invece a tradurre la Bibbia letteralmente, annotando quando si sono fatte scelte diverse: per ‘Ĕ·lō·hîm, e benedire. La struttura di base del testo, per quanto riguarda le parti standard, viene dal portale laparola.net, mentre i contenuti letterali, integrazioni ed emendamenti al testo attingono alla Bibbia interlineare su Biblehub.com. La regola generale per i termini non standard è che, ove una parola ebraica è presente in una singola istanza, oppure in parti diverse con significati diversi, o ancora nel caso che una qualsiasi traduzione potrebbe introdurre nel lettore un bias indesiderato, la decisione è quella di lasciare la parola nell’originale fonetico. Questo è il caso ad esempio di: ‘Ĕ·lō·hîm, Yah·weh, Šad·day, ‘El·yō·wn, Rū·aḥ, Kə·ḇō·wḏ, Mal·’aḵ.
Quando occorre tradurre “benedire”, “benedizione” ecc. da parte di Yahweh, o da una persona con autorità o denaro, la scelta è quella di usare un parafrasi che indichi il fatto che l’azione ha un effetto pratico.
Le persone di nomi, aggettivi e verbi seguono scrupolosamente l’originale ebraico, anche riguardo termini controversi come ‘Ĕ·lō·hîm, Šad·day, ’Êl, senza risolvere arbitrariamente le contraddizioni. Il genere degli articoli e aggettivi resi in ebraico viene associato al genere del termine ebraico, e non a quello di una delle traduzioni in italiano; questo può naturalmente portare a ulteriori discrepanze del testo rispetto le traduzioni clericali. Nel caso particolare di ‘ĕ·lō·hîm, quando preceduto da articolo determinativo, si è deciso di renderlo sempre come ‘gli ‘ĕ·lō·hîm’, anche quando il termine regge un verbo al singolare. La soluzione appare altrettanto insoddisfacente quanto coniugare l’articolo col verbo, in cui si usa l’aggettivo singolare solo con il verbo al singolare, in ‘l’‘ĕ·lō·hîm’, e in tutti gli alti casi al plurale, ma riteniamo la forma decisa preferibile dal punto di vista della leggibilità e obiettività.
Questo libro, dopo due tomi decisamente pesanti, si annuncia come una gustosa dissertazione di un certo predicatore che esamina la vanità del sacro e del profano per concludere, in maniera decisamente epicurea, che quello che conta è essere felici in quello che si fa, in modo apparentemente indipendente da ogni preoccupazione etica.
In alcuni casi, anche tematiche simili a quelle dei Proverbi, di contrasto tra i comportamenti dei saggi e degli stolti, vengono anche risolti nell’atteggiamento fatalista concludendo che è tutto vanità.
Particolarmente interessante e “preveggente” per la stagione odierna Ecclesiaste 8: 11 in cui si dice, attualizzando, che “la durata dei processi incoraggia la commissione dei reati”!
In aggiunta alle occasioni in cui viene usato il verbo plurale per ‘ĕ·lō·hîm, in Ecclesiaste 3:18 e Ecclesiasaste 6: 2 è presente un interessante verso nel quale appare evidente che il predicatore si rivolga a un’entità plurale in Ecclesiaste 9: 1, ovviamente in una traduzione letterale del testo Ebraico come questa, con tanto di preposizione con la desinenza plurale לִפְנֵיהֶֽם׃ di rinforzo.
Interessante il brano Ecclesiaste 9: 3-6 dove da una parte si esclude ogni retribuzione dopo la vita e un ragionamento simile alla Livella di Totò, dall’altro si usa ‘ō·w·lām in modo curioso: qui infatti sembra intendere proprio eternità, intenderlo come lungo tempo dà la suggestione che ci sia un ritorno dai morti in stile Cristiano. Per quanto, ovviamente, i popoli antichi, al modo di nativi americani, non contavano oltre un certo punto e considerano quanto non potevano prevedere nel futuro nello stesso modo: sia la vita di Yah·weh che la permanenza fuori dalla vita.
Il libro si conclude con un sorte di piccola Apocalisse all’ultimo capitolo, valutando tuttavia anche questa un vanità come il resto. Come immaginabile, scrittori successivi hanno cercato di prendere in mano le redini di questo libro piuttosto anomalo, cosa che si vede chiaramente negli ultimi paragrafi dell’ultimo capitolo dove, dopo l’elegia dello scrittore, si riaffermano, quasi come conclusione posticcia dell’intero libro, i principi della paura degli ‘ĕ·lō·hîm, dell’osservazione dei miṣ·wōṯ, e del giudizio finale degli ‘ĕ·lō·hîm, cose che qui non sono più vanità...!
L’assenza di ogni riferimento a Yah·weh e i riferimenti liberi alla pluralità degli ‘ĕ·lō·hîm, oltre al pensiero liberale espresso, che appaiono del tutto esterni ai contenuti precedenti, lasciano a domandarsi sull’identità, epoca e collocazione geografia di questo interessante predicatore, certamente più notevole che per il suo pensiero, per essere riuscito a infilarlo nella Bibbia!
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